Buona Pasqua a…

Buona Pasqua ai medici e agli infermieri. Buona Pasqua ai gestori e ai commessi dei negozi aperti. Buona Pasqua ai farmacisti. Buona Pasqua ai giornalisti, ai fotografi, ai cameramen, ai montatori televisivi, a chi stampa i giornali. Buona Pasqua ai veterinari. Buona Pasqua ai nostri amici animali. Buona Pasqua alle suore, ai parroci, ai vescovi, a tutte quelle persone che fanno parte della Chiesa cattolica che hanno dato aiuto, e grazie a tutte le persone legate ad altre confessioni religiose che hanno dato aiuto. Buona Pasqua ai non credenti, ai laici, agli agnostici che hanno dato aiuto. Buona Pasqua ai sindaci e a tutti gli amministratori che a vari livelli affrontano con coraggio questa emergenza. Buona Pasqua agli instancabili volontari. Buona Pasqua a tutte le forze dell’ordine, alla polizia locale, ai vigili del fuoco, alla protezione civile e alla Croce Rossa. Buona Pasqua a tutte le associazioni che hanno dato aiuto. Buona Pasqua a tutti quelli che non sono rimasti sempre a casa, con l’auspicio che comprendano quanto sia importante non uscire per motivi futili, e quanto questa richiesta così semplice da mettere in pratica sia di fondamentale importanza. Buona Pasqua a tutti coloro che sono rimasti a casa. Buona Pasqua a chi si è preso l’onere di andare a fare la spesa. Buona Pasqua ai bambini, che sono la nostra speranza. Buona Pasqua agli anziani, che sono la nostra memoria. Buona Pasqua nel ricordo di chi non ce l’ha fatta. Buona Pasqua a chi lotta per farcela. Buona Pasqua a chi è guarito. Buona Pasqua a chi prega. Buona Pasqua a chi spera. Buona Pasqua a coloro che ho dimenticato di ringraziare. E buona Pasqua a tutti noi, affinché la Pasqua ci dia la forza di risorgere dalle ceneri.

Nascosti dietro un dito per essere visti

Mi è venuto in mente il termine vigliacco. Non ne ho trovato un altro ma credo non calzi alla perfezione per il genere di persona che vorrei descrivere. Quello che intendo è un tipo particolare di essere umano, per fortuna raro: si tratta di chi non ha il coraggio di affrontarti, di dirti qualcosa in faccia, così lo dice ad alta voce a qualcun altro a poca distanza da te. In questo modo tu lo senti parlare male di te, ma quella persona non sta parlando direttamente con te, e quindi non puoi risponderle. Dovresti avvicinarti e interromperla mentre sparla di te con un’altra persona. È un modo di fare al limite del patologico ma vi posso assicurare che esiste chi si comporta in questo modo.

Vedere qualcuno comportarsi in questa maniera e rifiutare il dialogo mi ha fatto riflettere. Adottando questo comportamento, la persona in questione non ammette repliche e si autoconvince di avere ragione, rendendo partecipi altri del proprio punto di vista e cercando facili consensi. Chi si comporta così mi fa un po’ pena perché, a mio avviso, agisce per invidia e dimostra di essere infantile.

Vorrei trovare un termine nuovo per questo modo di comportarsi. È una diffamazione alla quale assiste il diretto interessato, un reato in diretta con la consapevolezza che lo si sta commettendo. E chi diffama vuole essere visto e sentito ma senza doverne rendere conto alla persona diffamata. Insomma, si tratta di un esibizionista della propria opera di diffamazione. Un diffamatore a vista. Non esattamente un vigliacco; è qualcuno che non ha paura di quello che dice ma teme la reazione della persona di cui sparla. Un vigliacco a metà.

Una volta

Camminavo a quattro zampe come un gatto, attraversando un gruppetto di gatti rossi o grigi e neri. Ho guardato per un istante un gatto grigio e l’ho salutato, dicendo: “Ciao!”. E sono passata oltre. Mentre riprendevo il mio cammino a quattro zampe, il gatto ha risposto al mio saluto con saggezza: “Una volta”. Non capendo, mi sono voltata, sempre rimanendo a quattro zampe. L’ho guardato e gli ho detto: “Non ho capito. Cosa mi volevi dire?”. E il gatto saggio mi ha risposto un po’ scocciato, perché si aspettava che io afferrassi al volo il suo consiglio: “Una volta, la fortuna passa una volta”.

Dickens e Andersen

La figura di Charles Dickens è legata al Natale tanto quanto quella di Hans Christian Andersen può essere associata al Capodanno.

Quest’anno in particolare per Natale ho ricevuto un libro che avevo visto precedentemente in libreria: “Charles Dickens” (Neri Pozza, 2019), una biografia del grande scrittore firmata Peter Ackroyd. L’altro libro nella foto non era destinato a me ma per coincidenza è un’altra opera di Dickens, che comunque avevo letto diversi anni fa: “La bottega dell’antiquario”. Dickens è noto anche per aver scritto il “Canto di Natale”, ormai un classico della lettura. E cosa davano in televisione nel periodo natalizio? Il film “Dickens, l’uomo che inventò il Natale” (2017), o forse dovremmo dire che inventò lo spirito natalizio.

Proprio oggi invece mi è tornato in mente l’inizio della fiaba “La piccola fiammiferaia” di Andersen, nella versione che mi leggeva mio nonno: “Era la notte di San Silvestro”. Grazie a questo racconto imparai che si trattava della notte del 31 dicembre, la notte di Capodanno. E ho visto un post virale su Facebook con il testo di questa fiaba, con tanto di disegno della piccola fiammiferaia.

Entrambe le storie, sia “La bottega dell’antiquario” che “La piccola fiammiferaia”, hanno come protagoniste due bambine che hanno accanto i nonni a prendersi cura di loro: nel primo caso il nonno, nel secondo la nonna. A raccontarle sono due grandi scrittori della letteratura mondiale. Quegli stessi autori che possono essere associati rispettivamente al Natale e al Capodanno, grazie alle opere che ci hanno regalato.

Pensieri su… “L’ultimo regalo di Babbo Natale”

“L’ultimo regalo di Babbo Natale” è un libro piccolo e delicato, che affronta vari temi senza darlo a vedere. Uscito nel 2019 con Camelozampa, vanta firme importanti: è stato infatti scritto da Marie-Aude Murail ed Elvire Murail, e illustrato da Quentin Blake.

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Selfie for selfie’s sake

Selfie for selfie’s sake. Insomma, il selfie per il selfie. Come Art for art’s sake, l’arte per l’arte, cioè l’arte che non ha bisogno di giustificazioni. Così oggi è la filosofia del selfie: si scatta e basta.

E va bene, lo ammetto, non mi so fare i selfie! Ci ho provato, davvero, ma, quando guardo la foto che ho appena scattato, sono orribile. Mi guardo nella fotocamera del cellulare, sembro carina, poi scatto e… ecco una brutta foto! Faccia lunga, naso grosso e un’espressione innaturale. Non riesco a riconoscermi nei miei selfie. Lo specchio mi rimanda un’altra immagine di me. Lì mi riconosco, sono io.

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